Aspettando gli incentivi

Intervista a Doriano Pingitore, consulente strategico di finanza agevolata per Innova Finance

A febbraio inoltrato l’incertezza è ancora grande, e il mercato è fermo in attesa degli sviluppi, un danno che sarà difficile da riparare, secondo Doriano Pingitore di Innova Finance.
La legge di Bilancio 2026 è stata approvata il 30 dicembre scorso, dopo lunghi rimaneggiamenti e ritardi, appena in tempo per non andare oltre i limiti di legge: ma, al momento di scrivere questo articolo, ormai quasi alla metà di febbraio, molte sue parti sono ancora avvolte dall’incertezza, in particolare - per quel che riguarda il settore delle costruzioni - l’ambito riguardante gli incentivi, ovvero l’evoluzione da Industria 4.0 a 5.0, superammortamento, iperammortamento, in attesa di nuovi prefissi superlativi ancora da venire.
Il provvedimento è ancora, in questo momento, in attesa delle norme attuative, è il mercato è fermo, paralizzato dall’incertezza, il sentimento più devastante per qualsiasi mercato. Trapela, come ultim’ora, la volontà dell’esecutivo di fare marcia indietro su uno dei suoi contenuti più controversi, quello riguardante la provenienza interamente “made in EU” di tutte le parti di una macchina per poter accedere agli incentivi, con un certo sollievo da parte di tanti operatori e qualche mugugno (tra questi, segnaliamo il parere negativo di Bruno Bettelli, presidente di Federmacchine). In attesa di conoscere l’esito (ma probabilmente servirà un apposito decreto legge, ovvero altra attesa), una cosa si può già dire, ovvero che il danno è già stato fatto, perché questi primi mesi dell’anno, dal punto di vista commerciale, sono persi, e non sarà facile recuperarli, come ci ha spiegato Doriano Pingitore, consulente strategico di finanza agevolata per Innova Finance, specializzato proprio nel settore delle costruzioni.

Iniziamo dal principio. Siamo nel pieno del 2026, la Legge di Bilancio è stata approvata, ma sul mercato regna il silenzio. Qual è lo stato dell’arte normativo?

La situazione è, purtroppo, paradossale. La legge di bilancio per il 2026 (la ex 199/2025) è stata approvata il 30 dicembre, come da copione. Tuttavia, nonostante l’urgenza e l’importanza dei temi trattati, stiamo assistendo a un colpevole ritardo nella pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e, soprattutto, nella redazione dei decreti attuativi. In teoria, già dal 29 gennaio avremmo dovuto avere le regole operative per accedere agli incentivi, ma ad oggi la luce in fondo al tunnel non si vede ancora. Il problema è che l’agenda politica sembra essere stata rapita da altre urgenze: una settimana la sicurezza, quella precedente le crisi internazionali. Il risultato? Il provvedimento più atteso dalle imprese italiane sembra scivolato in fondo alle priorità del Governo. Questo non è un dettaglio burocratico, ma un blocco reale: senza i decreti, le aziende non sanno come muoversi e i consulenti non possono far partire gli investimenti. 

Lei parla di un mercato bloccato. Quanto hanno influito le anticipazioni dei nuovi incentivi sui flussi di vendita degli ultimi mesi?

Hanno influito in modo determinante e, paradossalmente, negativo nel breve termine. Tutto parte il 18 ottobre scorso, quando è stata diffusa la bozza della manovra. Lo Stato ha lanciato un messaggio fortissimo: "Fermi tutti, dall'anno prossimo gli incentivi raddoppiano, passando dal 20% al 40%". In un mondo ideale, questa è una notizia fantastica; nel mondo reale della logistica, delle infrastrutture e delle costruzioni, è stato un freno a mano tirato improvvisamente. Nessun imprenditore sano di mente avrebbe completato un acquisto a novembre o dicembre sapendo che, aspettando poche settimane, avrebbe ottenuto un beneficio fiscale più che doppio. Il risultato è stato il blocco totale di vendite e consegne in settori chiave che rappresentano un quinto degli incentivi totali degli ultimi anni. Parliamo di comparti come l'acciaio, l'alimentare e le costruzioni, che da soli trainano l'economia. Oggi ci troviamo con un'industria ferma in attesa di una promessa che non si è ancora concretizzata. 

Veniamo alla novità più controversa, sulla quale assistiamo a un passo indietro: l’obbligo di acquistare macchinari prodotti esclusivamente in Europa per accedere all'iperammortamento. Perché il settore l’ha vista così negativamente?

Senza girarci troppo intorno: a mio parere era un clamoroso autogol, ed è un bene che si parli di tornare indietro. L’idea di legare l’iperammortamento solo ai beni prodotti in Europa è comparsa all’ultimo secondo, pochi giorni prima dell’approvazione finale. Sebbene l’intento politico possa essere quello di favorire l’industria continentale, la realtà produttiva racconta una storia diversa. Secondo le statistiche delle principali associazioni di categoria, come Confindustria, solo il 20% dei macchinari utilizzati dalle nostre imprese è prodotto integralmente in Europa. Questo significa che 8 investimenti su 10, oggi, sono tagliati fuori dall'incentivo. Viviamo in un mondo globalizzato dove certe filiere - pensiamo ad alcuni macchinari per il movimento terra o per l'alta precisione - sono dominate da produttori extra-UE non per capriccio, ma perché offrono tecnologie più performanti, prezzi più competitivi o, banalmente, perché in Europa quelle macchine non le produce più nessuno. Con distorsioni ulteriori: per fare un facile esempio, un escavatore made in China con una pala costruita in Italia con quelle regole non avrebbe accesso agli incentivi, né per una parte né per l’altra. 
Oggi il mercato chiede 500 macchine, ma l'offerta europea magari ne può garantire solo 60. Riducendo la scelta da dieci a due prodotti, si crea un collo di bottiglia che non aiuta nessuno: né l'imprenditore, che non trova il mezzo adatto alle sue esigenze, né il mercato, che subisce una distorsione della concorrenza. È una sorta di copia-incolla mal riuscito delle politiche autarchiche viste oltreoceano, ma applicato a un sistema, quello europeo, che non ha ancora l'indipendenza produttiva per sostenerlo. 

Quali sono i pilastri su cui poggia l'architettura degli incentivi per il prossimo triennio?

Nonostante le criticità, la manovra ha una struttura ambiziosa che si muove su tre direttrici principali: proroga della ZES Unica per il Mezzogiorno, con la conferma per un triennio dell'agevolazione per le regioni del Sud, un segnale di continuità fondamentale per colmare il gap infrastrutturale del Paese; rifinanziamento della Nuova Sabatini, uno strumento che le aziende conoscono bene e utilizzano massicciamente per l'acquisto di beni strumentali, che riceve nuova linfa vitale; nuovo Iperammortamento (4.0), con l'aliquota che, come dicevamo, sale in modo importante (fino al 43%), anche se appunto, inizialmente con il forte limite territoriale della produzione UE. ma il vero "pro" di questa legge è la programmazione triennale. Veniamo da anni di "altalene" normative, dove gli incentivi passavano dal 50% al 20% da un mese all'altro, lasciando le aziende nell'incertezza fino al 31 dicembre. Avere un orizzonte al 2028 è un vantaggio competitivo enorme, a patto però che le regole siano applicabili. 

In passato si è parlato molto di distorsioni: macchinari comprati solo per l'incentivo e lasciati sotto un telo in attesa di immetterli nel mercato dell’usato pari al nuovo, o prezzi gonfiati dai rivenditori. Cosa c'è di vero?

La storia del "macchinario sotto il telo" è ormai una leggenda metropolitana, almeno per quanto riguarda l'industria 4.0. La legge oggi è severissima: per godere dei benefici, la macchina deve essere interconnessa e attiva 24 ore su 24. L'Agenzia delle Entrate riceve flussi di dati costanti; se la macchina non lavora o non trasmette, l'incentivo decade. Nella mia esperienza su migliaia di aziende, il 99% utilizza i mezzi in modo intensivo, spesso per sostituire parchi macchine obsoleti e usurati. Sull'aumento dei prezzi, il discorso è diverso. C'è stato un rincaro, è vero, ma imputarlo solo agli incentivi è riduttivo. Negli ultimi anni abbiamo affrontato crisi delle materie prime e carenze nella supply chain che hanno spinto i listini verso l'alto a livello globale, indipendentemente dai bonus statali. 

Si sente parlare sempre più spesso di Intelligenza Artificiale applicata ai macchinari industriali. Dopo la spinta alla digitalizzazione e l’interconnessione dei macchinari da lavoro, potrebbe essere questa la prossima frontiera delle politiche degli incentivi?

Se ne parla molto nei convegni, ma nella pratica del cantiere o della fabbrica siamo ancora lontani da un utilizzo pervasivo. L'AI oggi è utilissima nei processi interni - gestione magazzini, manutenzione predittiva, logistica d'ufficio - ma sull'operatività pura della macchina il fattore umano resta centrale. Abbiamo fatto passi da gigante nella sensoristica e nella sicurezza: macchine che si fermano da sole se rilevano un ostacolo a 10 metri o sistemi 3D che dimezzano i tempi di lavoro. Queste tecnologie sono già realtà grazie alla 4.0 e hanno portato il rinnovamento di circa il 60-70% del parco macchine italiano. Ma c'è ancora un 30% di mercato che lavora con mezzi vecchi: lo spazio per crescere c'è, ma serve una tecnologia che aiuti l'uomo, non che cerchi di sostituirlo prematuramente. 

Cosa succederà quando finalmente i decreti saranno pubblicati?

Prevedo un "boost" improvviso, una corsa all'acquisto nei primi 3-4 mesi. Ma sarà una ripartenza "ad handicap". Con la clausola del made in EU avremmo visto esaurirsi rapidamente le poche macchine prodotte in UE disponibili a stock, il mercato sarebbe crollato nuovamente perché sarebbe mancata l'offerta. L’eliminazione di quest’obbligo migliora la situazione, ma questa prima parte dell’anno passata in attesa avrà comunque un peso negativo sul comparto, non facilmente recuperabile. Fra sei mesi i dati di mercato diranno probabilmente che le vendite sono in rialzo e che la norma funziona, ma sarà un dato drogato dal breve termine. In una maratona industriale, non serve correre i primi 10 chilometri se poi ci si ferma per mancanza di ossigeno. Le imprese hanno bisogno di poter programmare per poter rimanere competitive. 

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